     p 122 .


Paragrafo 2 . Il ruolo della ragione.

     
La  certezza della Verit non risiede solo nella natura, nella  sua
struttura  e  nella  correttezza  di  un  metodo  scientifico   per
indagarla:  il  soggetto  che indaga pu essere  fonte  di  errore,
quanto  e  pi  dell'inadeguatezza dei criteri  e  degli  strumenti
dell'indagine.  Per questo  necessario rivolgersi  preliminarmente
all'analisi  del soggetto conoscente; e non a caso la  prima  opera
significativa  di  Descartes, composta  negli  anni  1627-1628,  ma
pubblicata   postuma  solo  nel  1701,  si  intitola   Regulae   ad
directionem  ingenii ("Regole per la guida dell'intelligenza").  Le
prime  regole, quindi, non riguardano l'oggetto da conoscere  o  la
modalit degli esperimenti, ma la mente di chi deve conoscere, e il
loro  scopo  , come recita la prima regola, "guidare  la  mente  a
giudizi   sicuri  e  veri,  intorno  a  tutte  le   cose   che   si
presentino"(22).
     Ed  ecco  un'altra novit rispetto al panorama  della  scienza
moderna  che  si  va  delineando nell'Europa del  Seicento:  mentre
altrove  si  tracciano  i confini tra le varie  forme  del  sapere,
Descartes afferma che "non c' bisogno di racchiudere la  mente  in
alcun  limite", che non c' nulla che allontani di pi "dalla retta
via   di  ricerca  della  Verit"  che  disperdersi  nelle  scienze
particolari, e che, pertanto, l'unico modo per conoscere la  Verit
 "aumentare il natural lume di ragione"(23).
     L'istanza del carattere unitario della conoscenza si  presenta
con  sempre  maggiore chiarezza e a questo punto  Descartes  sembra
individuare    nel   soggetto   conoscente   gli   strumenti    per
l'unificazione  del  sapere  e  per  garantire  la  certezza  della
conoscenza.
     
     p 123 .
     
     La  ragione,  per formulare i propri giudizi, pu  seguire  la
strada  dell'esperienza o quella della deduzione: la prima,  scrive
Descartes,  "spesso  fallace", la seconda, invece,  "non  pu  mai
essere  fatta  male da un intelletto che sia poco  poco  capace  di
ragionare"(24).
     Per  questo  motivo l'aritmetica e la geometria risultano  "di
gran  lunga  pi certe delle altre discipline", perch  "esse  sole
vertono  intorno  ad  un  oggetto cos puro  e  semplice,  che  non
suppongono proprio alcuna cosa che l'esperienza abbia reso incerta,
ma  bens  consistono  interamente nel  dedurre  logicamente  delle
conseguenze"(25).  Per  Descartes, cos, la  matematica  non    n
"lingua"  n  "sintassi" delle cose, ma processo e  prodotto  della
ragione e, in quanto tale, cio in quanto intuibile immediatamente,
sicuramente vera.
     Quindi, chi cerca il retto cammino della Verit, qualunque sia
l'oggetto  di  cui  si occupa deve ricercare una "certezza  pari  a
quella  delle  dimostrazioni  aritmetiche  e  geometriche"(26).  La
mathesis   universalis   consiste  nell'applicazione   del   metodo
matematico-deduttivo ad ogni ricerca.
     Nelle  gi  ricordate  Regole per la  guida  dell'intelligenza
Descartes  mette  a  punto tutti gli elementi del  suo  metodo  che
saranno poi sintetizzati nel Discorso del 1637, primo fra tutti  la
necessit  di  ridurre a fattori semplici i problemi pi  complessi
(analisi).  Egli  insiste anche e ripetutamente sul  fatto  che  il
metodo  deve  essere  di  tipo matematico, cio  il  pi  possibile
astratto  dalla  particolarit dei singoli  oggetti  e  applicabile
anche in quelle indagini che di solito sono condotte da scienze non
riconducibili  alla  matematica; l'unicit  del  metodo  e  la  sua
semplicit  elimineranno  molte delle difficolt  incontrate  dagli
scienziati(27).
     Non   un caso che il Discorso sia pubblicato da Descartes non
come opera autonoma, ma unitamente ai tre saggi su La diottrica, Le
meteore  e  La geometria, che rappresentano un esempio  pratico  di
applicazione di quel metodo(28). E non  irrilevante  che  i  saggi
che  Descartes pubblica per esemplificare il suo metodo  riguardino
la  fisica,  l'astronomia  e  la geometria,  cio  scienze  il  cui
rapporto  con  la matematica, sia esso tradizionale  o  di  recente
acquisizione,  fuor di dubbio.
     
     p 124 .
     
La geometria analitica.
     
Il  primo  incontro  di  ogni studente con  Descartes    con  ogni
probabilit  dovuto  agli assi cartesiani, cio l'applicazione  del
metodo  alla  geometria.  La  soluzione  dei  problemi  geometrici,
osserva  Descartes,    passata tradizionalmente  attraverso  l'uso
della  squadra  e  del compasso: un problema di tipo  eminentemente
matematico, cio con una valenza universale, trova la sua soluzione
in  una  sorta  di empirismo; l'ideale triangolo (cio  una  entit
matematica) si riduce alla realt empirica di un numero  indefinito
di triangoli disegnati su fogli e lavagne.
     Addirittura  problemi non geometrici trovano una  soluzione  e
una  dimostrazione di tipo grafico-geometrico(29).  E'  necessario,
per   Descartes,   rovesciare   la  situazione,   sostituire   alla
dispersione nei particolari la chiarezza della semplicit,  gettare
via i libri della scienza tradizionale e andare alla riscoperta  di
"certi  primi  semi di Verit deposti dalla natura  dentro  l'umana
intelligenza"  e che noi stessi abbiamo "estinto"  "col  leggere  e
sentire  ogni giorno tanti diversi errori"(30). Grazie a un  "certo
lume  insito  in  noi"(31)  possiamo  intuire  come  vere  le  cose
massimamente semplici e che sono sempre le stesse in tutte le serie
di oggetti particolari.
     Nella  geometria,  se noi consideriamo il piano  e  lo  spazio
delimitati rispettivamente da due e tre rette, possiamo individuare
ogni  punto  con  coppie o terne di numeri e  ridurre  a  relazioni
algebriche  le relazioni geometriche tra i punti. Cos  i  problemi
geometrici possono essere trasformati in problemi algebrici e  come
tali  risolti  in  maniera "automatica". Scompaiono  le  differenze
inessenziali   tra   le  figure  e  scompare  la   fisicit   della
rappresentazione  grafica delle figure: la  geometria  diventa  una
pura   operazione  della  ragione,  astratta  da  ogni   forma   di
fisicit(32).

p 125 .

Il meccanicismo.
     
Descartes  cerca di fare la stessa operazione anche con la  fisica:
sulla strada aperta da Galileo, egli sostiene che le relazioni  tra
i corpi dell'universo fisico sono di tipo matematico e che quindi 
possibile  costruire  modelli, che,  pur  non  essendo  la  realt,
funzionano come funziona il mondo reale.
     Perch  sia  possibile  costruire  un  modello,  matematico  o
fisico,    necessario  che  l'oggetto cui  ci  riferiamo  non  sia
modificabile   in   modo  arbitrario,  non  sia   cio   sottoposto
all'intervento del caso e della libert: come il modello, anche  il
mondo  reale   una macchina che funziona secondo le  regole  della
meccanica.  E  questo  funzionamento di tipo meccanico  non    una
prerogativa  dei  corpi inanimati, ma anche di quelli  animati:  la
biologia    governata  dalle  stesse  leggi  della  fisica  e  gli
organismi  viventi non sono altro che un insieme di leve,  pompe  e
componenti simili.
     Parlare di una fisica e di una biologia di tipo meccanicistico
non  era  cosa  agevole  nell'Europa del Seicento  e  Descartes  si
rendeva  ben  conto di questa difficolt. Prima  di  pubblicare  il
Discorso sul metodo e i tre Saggi, egli aveva gi scritto le Regole
e  un'altra opera, con l'intento dichiarato di pubblicarla(33):  il
Monde  ou Trait de la lumire ("Il mondo o Trattato della  luce"),
in  cui  erano  esposte  le sue concezioni  sulla  fisica  e  sulla
biologia;   l'ultima  parte  del  trattato,  dal   titolo   L'Homme
("L'Uomo"),    dedicata  all'analisi  delle  principali   funzioni
biologiche del corpo umano(34). La condanna di Galileo,  nel  1633,
fece    s    che    Descartes   rinunciasse   alla   pubblicazione
dell'opera(35); ma gi al momento della stesura del trattato,  come
egli  stesso ricorda nel Discorso, era consapevole che le questioni
affrontate  "sono  controverse  fra  i  dotti",  con  i  quali  non
desiderava "guastarsi"(36), quindi, "per poter dire pi liberamente
quello  che  ne  pensavo senza essere obbligato o  a  seguire  o  a
confutare  le  opinioni accolte dai dotti, risolsi  di  abbandonare
tutto questo loro mondo alle loro dispute, e di parlare di ci  che
accadrebbe  in  un  altro mondo se Dio volesse crearlo  in  qualche
spazio immaginario"(37).
     Cos  Descartes pu scrivere: "Suppongo che il corpo  non  sia
altro   che   una  statua  o  macchina  di  terra  che  Dio   forma
espressamente per renderla il pi possibile simile a noi: per  modo
che non solo dia ad esso all'esterno il
     
     p 126 .
     
     colore  e  la  figura di tutte le nostre membra, ma  vi  metta
anche  all'interno tutti i pezzi che si richiedono per far  s  che
cammini, mangi, respiri e imiti infine tutte quelle nostre funzioni
che  si pu immaginare procedano dalla materia e non dipendano  che
dalla disposizione degli organi"(38).
     Il  ricorso  ad  un mondo immaginario, in tutto  e  per  tutto
simile  al nostro, non  comunque soltanto un espediente pratico  e
politico  per  sottrarsi al confronto e allo scontro  con  i  dotti
dell'epoca,  cio principalmente con la Chiesa e  i  suoi  filosofi
scolastici, sostenitori in ogni campo delle teorie tradizionali: il
mondo immaginario descritto da Descartes svolge quella funzione  di
modello  di cui abbiamo parlato qui sopra. Dio, infatti,  per  dare
vita  a  questo  nuovo mondo, secondo Descartes, si  limiterebbe  a
creare  la  quantit necessaria di materia e quindi la mescolerebbe
ben  bene  per  formare "un caos cos confuso, come  solo  i  poeti
possono immaginare" e infine vi avrebbe lasciato agire le leggi  da
lui   stabilite(39).  Le  stesse  leggi  naturali,  e  solo   esse,
determinano, a partire dal caos, la formazione dell'universo  reale
e di quello immaginario, la loro struttura e il loro funzionamento.
     Per  Descartes  le  leggi  naturali  sono  tre:  il  principio
d'inerzia(40);  la  legge  della conservazione  della  quantit  di
movimento in due corpi che si urtano(41); la legge sul rapporto tra
il movimento dei corpi che si spostano seguendo una linea curva,  e
il movimento delle singole parti costitutive degli stessi corpi che
tendono  a muoversi su una linea retta(42). E, lo ripetiamo  ancora
una volta, queste regole si accordano a "princpi matematici", "che
io  non  ammetto princpi in fisica che non siano anche ammessi  in
matematica,  allo  scopo di poter provare per  dimostrazione  tutto
quanto  ne  dedurr;  e  questi princpi bastano,  perch  tutti  i
fenomeni della natura possono essere spiegati per loro mezzo"(43).
     
Il dubbio.
     
Il  ricorso  a princpi di tipo matematico, per avere  la  certezza
della  verit in ogni campo dell'indagine scientifica, ,  come  si
ricorder,  il contenuto dell'inventum mirabile, della scoperta  di
una  scienza  meravigliosa, del 10 novembre 1619.  Ed    anche  un
elemento costante in tutto il pensiero cartesiano.
     Ma  l'accettazione  dei  princpi matematici  come  fondamento
della
     
     p 127 .
     
     certezza non  per Descartes un fatto aprioristico, cio non 
certo che la matematica sia vera per definizione o per principio.
     Il  giovane Descartes, uscito dalla migliore scuola  d'Europa,
non  ha  difficolt  a  constatare  come  il  sapere  libresco  sia
contraddittorio  e sostanzialmente falso, o per  lo  meno  inutile.
D'altro  canto  il  ricorso all'esperienza  diretta  non  d  molte
garanzie  in  pi di quanto si legga sui libri: se  vero,  come  
vero,  che  i nostri sensi talvolta ci ingannano, non possiamo  mai
essere  certi  delle nostre sensazioni, perch non  abbiamo  alcuno
strumento  per  distinguere le sensazioni fallaci dalle  veritiere.
"Quante  volte" scrive Descartes "m' accaduto di sognare la  notte
che  ero in questo luogo, che ero vestito, che ero presso il fuoco,
bench  stessi  spogliato dentro il mio letto?"(44):  non  vi  sono
indizi sufficienti per distinguere la veglia dal sonno. Si potrebbe
per  aggiungere che gli oggetti di cui abbiamo esperienza in sogno
sono  in  ogni caso simili agli oggetti "reali" come i quadri  sono
simili  a ci che rappresentano; quindi almeno alcuni elementi  che
costituiscono  sia  l'oggetto  reale sia  la  rappresentazione,  ad
esempio  il  colore,  devono essere veri.  E  cos  anche  se  sono
illusione  i corpi e certe parti di essi, come la testa,  le  mani,
gli  occhi e cos via, sicuramente sono vere le parti "pi semplici
e  pi  universali" che li costituiscono. Potranno pertanto  essere
false  le scienze che studiano le "cose composte", come la  fisica,
l'astronomia, la medicina, ma non quelle scienze che trattano "cose
semplicissime  e  generalissime, senza  darsi  troppo  pensiero  se
esistano  o meno in natura", cio l'aritmetica, la geometria  e  le
scienze  matematiche in genere. Del resto, osserva Descartes,  "sia
che io vegli o che dorma, due e tre uniti insieme formeranno sempre
il  numero cinque, ed il quadrato non avr mai pi di quattro lati;
e  non  sembra  possibile che delle verit cos  manifeste  possano
essere sospettate di falsit o di incertezza"(45).
     Ma  questa  certezza  non   ancora sufficiente:  non  si  pu
infatti  escludere l'esistenza di un genio malvagio (genium aliquem
malignum) infinitamente potente e astuto "che abbia impegnato tutta
la  sua  industria ad ingannarmi": quindi non posso avere  certezza
della  verit  di  nessuna  cosa, sia  essa  il  frutto  della  mia
esperienza o del mio pensiero(46).
     Nulla  esiste che possa sottrarsi al dubbio; quindi il  metodo
che Descartes propone potr essere applicato efficacemente solo  se
 possibile individuare almeno una certezza su cui fondarlo.
     La revoca in dubbio di ogni forma del sapere tradizionale, dei
dati  forniti  dalle  sensazioni e dello stesso sapere  matematico,
cio  il  dubbio  metodico  di tutto,  ripropone  in  Descartes  il
problema  del ruolo e del compito della filosofia, nel  momento  in
cui  la  scienza  moderna,  anche grazie  alla  sua  opera,  si  va
affermando, seppure a fatica, in Europa. Niente pu sottrarsi  alla
funzione  critica della filosofia: n gli oggetti n gli  strumenti
della ricerca. Il pensiero
     
     p 128 .
     
     filosofico  non  ha  trovato  la  Verit;    necessaria   una
"distruzione generale di tutte le antiche opinioni"(47), ma, poich
non  esiste Verit al di fuori di princpi generali che regolano  e
garantiscono la conoscenza del Tutto, alle vecchie certezze non  si
possono   sostituire  frammenti  di  verit,  verit   parziali   e
momentanee. Sul Descartes matematico e fisico, biologo  e  tecnico,
prevale il Descartes filosofo.
     
Cogito ergo sum.
     
Come  gli  antichi  filosofi,  che  secondo  l'interpretazione   di
Aristotele   stanno  all'inizio  della  storia   della   filosofia,
Descartes cerca il "principio primo" su cui fondare il sapere.
     Ma,   a  differenza  della  tradizione  filosofica  antica   e
medievale, egli non cerca questo fondamento nella realt esterna al
soggetto,  sia essa il mutevole divenire degli enti  o  la  statica
eternit  dell'Essere.  Di  tutto,  infatti,  egli  deliberatamente
dubita.    In    questo   Descartes   si   differenzia   nettamente
dall'atteggiamento della scienza moderna che, con Galileo, si fonda
sulla   certezza  della  struttura  matematica  della  realt:   la
convinzione che due pi tre fanno cinque, come abbiamo  visto,  pu
essere la conseguenza dell'inganno di un genio maligno.
     Descartes si sforza, nella ricerca di una Verit indubitabile,
di dubitare di tutto e, in questo sforzo, si imbatte in qualcosa di
cui  non pu dubitare assolutamente: "M'accorsi che, mentre  volevo
in tal modo pensare falsa ogni  cosa, bisognava necessariamente che
io che pensavo fossi pur qualcosa. Per cui, dato che questa verit:
Io  penso,  dunque sono(48),  cos ferma e certa che non avrebbero
potuto  scuoterla  neanche  le pi stravaganti  supposizioni  degli
scettici, giudicai di poterla accogliere senza esitazione  come  il
principio primo della mia filosofia"(49).
     Nella  seconda delle Meditazioni metafisiche Descartes ritorna
su  questa sua certezza aggiungendo che rispetto ad essa nulla  pu
nemmeno  l'"ingannatore astutissimo e potentissimo" di cui  abbiamo
gi  parlato:  infatti se egli mi inganna non vi   dubbio  che  io
esisto, "e mi inganni finch vorr, egli non sapr mai fare che  io
non sia nulla, fino a che penser di essere qualcosa"(50).
     Descartes  ha  trovato  in s stesso, nella  sua  capacit  di
pensare,  cio  nella sua ragione, il "principio" primo  della  sua
filosofia.  Questa  scoperta  costituisce  l'atto  di  nascita  del
razionalismo moderno.
     Da  Parmenide  in  poi abbiamo incontrato  spesso  l'equazione
"pensiero uguale Essere"; le idee, cio, non sono solo il  prodotto
e  il  contenuto  della ragione, ma anche, e prima  di  tutto,  una
realt  esterna  e  autonoma da essa: il pensiero  pu  intravedere
questa  realt  riflessa  nel  mondo  sensibile,  ma  pu,  con  la
conoscenza filosofica, anche coglierla nella sua interezza. Inoltre
gli  stessi  "strumenti" che la ragione utilizza per la  conoscenza
della Verit, come,
     
     p 129 .
     
     ad  esempio, le categorie, hanno una realt oggettiva,  al  di
fuori  della facolt di pensare, e rappresentano la reale struttura
dell'Essere.
     Descartes  mette  in discussione e rifiuta questa  tradizione:
per  lui  la  ragione, nel momento in cui afferma  la  sua  propria
realt,  non  pu affermare immediatamente la realt  di  quanto  
esterno ad essa; non c' pi identit immediata tra i contenuti del
pensiero e la realt.
     Descartes si trova davanti una certezza che riguarda lui solo,
il  suo  essere  un  soggetto che pensa, ma  non  per  questo  egli
rinuncia a cercare la Verit relativa al mondo esterno, dal momento
che proprio quel mondo costituisce il contenuto prevalente dei suoi
pensieri.  Egli  sa, per, che il pensare il mondo come  un  grande
meccanismo dimostra con certezza solamente l'esistenza del soggetto
che  pensa (in quanto pensa), ma non gli d nessuna garanzia  sulla
veridicit  dei  suoi pensieri e sull'esistenza del  mondo  che  il
soggetto  pensa.  Il  metodo per ricercare la Verit,  quindi,  pu
fondarsi  solo  su  questa piccola grande  certezza  immediata:  il
soggetto  che  pensa esiste inequivocabilmente. Ogni  altra  verit
dovr  "derivare"  da questa, sar il frutto  di  un  lavoro  della
ragione,  sar addirittura un prodotto della ragione: il mondo  che
ci circonda  una rappresentazione della ragione.
     In  questo contesto Descartes introduce un altro elemento  che
sar  estremamente importante nella filosofia successiva,  fino  ai
nostri   giorni:   il   carattere  unitario  del   pensiero,   cio
l'impossibilit   di   distinguere   immediatamente,    all'interno
dell'attivit della mente umana, tra le rappresentazioni del  mondo
esterno  suscitate  dai  sensi  e quelle  immaginate  dalla  mente:
scompare  la  distinzione tra la veglia e  il  sonno,  le  immagini
pensate  in  sogno,  in  quanto pensieri, hanno,  per  il  soggetto
pensante,  lo  stesso  valore  dei  pensieri  consapevoli  prodotti
durante la veglia(51).

p 130 .

Dal cogito a Dio.
     
Descartes,  comunque,  non  si accontenta  della  certezza  che  ha
trovato: la visione dell'inventum mirabile lo spinge a cercare  gli
strumenti per sciogliere il dubbio radicale che lo ha portato  alla
scoperta  di  una  prima  verit  inconfutabile;  egli  vuole  dare
certezza di verit anche al suo lavoro di scienziato, di matematico
e di fisico.
     Egli    sicuro di esistere, ma non sa ancora, con altrettanta
chiarezza,  che cosa egli sia ed  consapevole che  la  risposta  a
questa  domanda  pu essere ingannevole(52). E' comunque  certo  di
esistere  come soggetto pensante. Il contenuto essenziale  del  suo
pensiero    per  il  dubbio: in questo  momento,  per  Descartes,
pensare vuol dire esclusivamente dubitare, quindi  certo di essere
un  soggetto dubitante. Ora,  indubbio che  "maggiore  perfezione
il  conoscere del dubitare, per cui l'esser mio non era  del  tutto
perfetto"(53). Quindi  certo che un soggetto che dubita esiste, ma
non  perfetto.
     Come  posso,  si  chiede Descartes, definirmi  non  del  tutto
perfetto?  Evidentemente  ho un termine  di  confronto  -  come  la
conoscenza  per  il  dubbio - rispetto al quale  sono  mancante  di
qualcosa.  Da dove mi proviene l'idea di un Essere pi perfetto  di
me?
     Che  questa  idea  derivi  dal nulla    "cosa  manifestamente
impossibile"(54) ed  altrettanto difficile poter pensare che  essa
tragga origine dal soggetto che dubita, cio "far dipendere il  pi
perfetto  dal  meno perfetto". "Essa doveva, dunque,  essere  stata
messa in me da una natura realmente pi perfetta di me, e tale anzi
che avesse in s tutte le perfezioni di cui io potevo avere qualche
idea, cio, per dirla con una parola sola, che fosse Dio"(55).
     Qui siamo di fronte alla riproposizione della prova ontologica
dell'esistenza   di   Dio   elaborata  da   Anselmo   d'Aosta   nel
Proslogion(56). Ad essa, oltre alle righe del Discorso che  abbiamo
riportato  qui sopra, Descartes dedica la quinta delle  Meditazioni
metafisiche. Non basta il solo fatto che io pensi una natura dotata
di tutte le perfezioni per avere la garanzia della sua esistenza:
     
     p 131 .
     
     posso  pensare con chiarezza un cavallo alato anche se non  ne
esiste  alcuno al mondo. Il soggetto pensante, nel momento  in  cui
riconosce  la  propria imperfezione, pu "garantire"  solo  la  sua
propria esistenza e non quella del contenuto dei suoi pensieri.  Se
pensiamo una montagna, la immaginiamo con una cima e con pendii che
declinano  verso  valle, ma questo non vuol dire assolutamente  che
esistano  realmente montagne, vallate e pendii; una cosa  comunque
certa: non possiamo pensare una montagna senza cima, senza pendii e
senza  una  valle sulla quale ergersi; montagna e  vallata  sono  -
forse  solo nel nostro pensiero - inseparabili. E cos non possiamo
pensare   Dio  senza  esistenza,  perch  ci  renderebbe  l'Essere
perfetto  privo  di qualcosa, l'esistenza, e quindi  imperfetto.  A
differenza del contenuto degli altri pensieri, il pensiero  di  Dio
inseparabile  dall'esistenza   sufficiente  a  dimostrare  la  sua
esistenza:  "dal  solo fatto che io non posso concepire  Dio  senza
esistenza,  segue  che  l'esistenza    inseparabile  da  lui,   e,
pertanto, che egli esiste veramente"(57). Rispetto all'immagine del
cavallo   con  le  ali,  il  rapporto  del  pensiero  con   Dio   
completamente  rovesciato:  mentre  in  mio  arbitrio  pensare  un
cavallo  alato  oppure  senza  ali (cio    il  mio  pensiero  che
determina   la  rappresentazione),  Dio  non  posso  pensarlo   che
inseparabile dalla sua esistenza, "perch la necessit  della  cosa
stessa,  cio  l'esistenza  di Dio, determina  il  mio  pensiero  a
concepirlo  in tal maniera"(58). Mentre il cavallo alato,  e  tutti
gli altri pensieri di questo tipo, hanno la loro origine in noi, il
pensiero di Dio trae origine da Dio stesso.
     Alla  dimostrazione dell'esistenza di Dio da parte di  Anselmo
d'Aosta, Tommaso d'Aquino aveva obiettato che non si pu porre alla
base di una tale dimostrazione ci che deve essere dimostrato, cio
l'idea  di  Dio  come  esistente  per dimostrarne  l'esistenza(59).
Descartes  sostiene che non  assolutamente necessario avere  alcun
pensiero di Dio, ma quando "mi accade di pensare un essere primo  e
sovrano,  [...]    necessario che gli attribuisca  ogni  sorta  di
perfezioni  [...].  E  questa necessit    sufficiente  per  farmi
concludere  (dopo  che  ho  riconosciuto  che  l'esistenza     una
perfezione)  che  questo essere primo e sovrano  esiste  veramente:
come non  necessario che io immagini mai un triangolo; ma tutte le
volte  che  voglio pensare una figura rettilinea composta solamente
di  tre angoli,  assolutamente necessario che le attribuisca tutte
le  propriet  che servono a concludere che i suoi tre  angoli  non
sono maggiori di due retti, sebbene, forse, allora non considerassi
ci in particolare"(60).
     Ma anche cos la dimostrazione di Descartes non  convincente:
ad  essa solleveranno obiezioni Leibniz e pi tardi Kant e, dopo di
loro, molti altri ancora, fino ai nostri giorni(61).
     Descartes, dopo aver separato il soggetto dal mondo esterno ed
aver  tolto a quest'ultimo ogni fondamento di realt e di verit  -
dopo  avere,  cio,  messo in discussione in  maniera  radicale  la
metafisica tradizionale -, non pu
     
     p 132 .
     
     per  sottrarsi al bisogno di metafisica che domina  tutto  il
pensiero   occidentale:  il  bisogno  di  dare,  in   questo   caso
"restituire",  realt agli enti esterni al soggetto  attraverso  la
salvaguardia dell'Essere, attraverso la necessit di un  ente  che,
in quanto tale, esiste di per s.
     In  altri  termini: la metafisica tradizionale, sia socratico-
platonica  sia aristotelica, non dubita dell'esistenza degli  enti,
siano  essi  oggetti  sensibili o realt  sovrasensibili,  ma  anzi
presuppone la loro esistenza e si pone l'obiettivo di conoscere che
cosa  essi siano; si ricordi la domanda ricorrente di Socrate e  di
Platone,  t  esti ...?, "che cosa  ...?", che cosa   giustizia?,
che  cosa    bello?, che cosa  amore? e cos via.  A  partire  da
Descartes  la realt degli enti non  presupposta, ma al  contrario
messa  in  dubbio; nasce quindi la necessit, se  si  vuole  uscire
dalla solitudine dell'io, di dimostrare la realt degli enti. E  la
dimostrazione    possibile solo se si individua un  punto  esterno
all'io,  un  punto  metafisico, su cui costruire una  nuova  teoria
della   conoscenza,   una   nuova   epistme.   Archimede   cercava
disperatamente  un punto di appoggio per poter sollevare,  con  una
leva,  il  mondo;  Descartes pensa di aver trovato  nella  certezza
dell'esistenza di Dio il punto di Archimede per poter conoscere  il
mondo.
